Il lutto e gli operatori:
una necessaria formazione

tratto dal libro “Assenza, più acuta presenza” ed. Paoline, Milano 2003

 

“Solo coloro che si tengono lontani dall’amore possono evitare la tristezza del lutto. L’importante è crescere, tramite il lutto, e rimanere vulnerabile all’amore.” John Brantner

Il lutto non è un “lavoro” da iniziare dopo la morte. Deve cominciare prima, nella fase in cui la consapevolezza dell’inguaribilità della malattia si sostituisce all’atteggiamento mentale della lotta per la guarigione.

L’équipe che segue il malato modifica la strategia primaria e in conseguenza la tattica. La finalità non è più vincere, ma partecipare offrendo il massimo di assistenza e di conforto alla persona seguita, permettendole di capire la sua nuova situazione, rassicurandola e confermandole che non sarà mai abbandonata e che verrà invece privilegiata la qualità della sua vita.

Fare il lutto di se stesso è un compito arduo e purtroppo spesso svalutato dai curanti e dai familiari.

Abbiamo spesso denunciato i danni di cui è responsabile il tristemente famoso “complotto del silenzio” che conduce solo ad un isolamento della persona morente, un’incomunicabilità tra i membri della famiglia, la perdita irrecuperabile di momenti preziosi da vivere tra colui che se ne va e coloro che rimangano, e favorisce un senso di colpa suscettibile di perdurare a lungo, fonte di problemi psicologici e somatici.

Più la fase terminale della malattia avanza, più crescono e si diversificano le perdite che devono diventare oggetto di un’elaborazione di lutto da parte della persona ammalata.

Aiutare la persona ammalata a compiere il lutto delle sue perdite è parte integrante dell’accompagnamento alla morte. (...) Segue.